COMPENSI DEL CTU E DECURTAZIONI DEL GIUDICE: MOTIVI ED UNA PROPOSTA PROVOCATORIA

Capita spesso che all’esito di un lungo, impegnativo e complesso lavoro peritale il CTU si veda frustrare le proprie richieste di compenso da una pesante decurtazione da parte del giudice.

Perchè?

Per quali motivi questo accade?

Od ancora in molti casi: Che cosa ho sbagliato?

E soprattutto la domanda che molti consulenti si pongono (quando pensano di non avere responsabilità: perché il giudice mi ha (ingiustamente) penalizzato?

Vi possono essere alcune ragioni che in estrema sintesi proverò a riassumere ed analizzare (senza tuttavia aver la presunzione di trovarne una soluzione).

La prima, senz’altro frequente, (ed in qualche modo connessa alla seconda) è ascrivibile al consulente è riguarda il fatto che lo stesso ausiliario dedica molto tempo e cura all'espletamento della consulenza ed assai poco alla redazione del documento con il quale richiede il proprio compenso. Ciò perché troppo spesso non conosce adeguatamente la materia dei compensi e trova quindi più “comodo” rimettersi nella formulazione della richiesta - con una sorta di "rassegnazione profetica" - alla "clemenza" del magistrato.

La seconda, altrettanto indubbia, è la evidente inattualità ed inadeguatezza del quadro della normativa dei compensi finanche a sfiorare il ridicolo e la violazione della dignità professionale. Basta svolgere anche poche consulenze perché emerga in tutta evidenza la distonia tra l’impegno, la preparazione e la responsabilità richieste da questi incarichi e le tariffe che ne regolano il compenso. Invero, se da una parte lo svolgere funzioni di ausiliario del giudice è da sempre condizione di prestigio per il professionista, dall’altra, coloro che lo fanno abitualmente «nell’interesse supremo della giustizia» soffrono la condizione di inadeguatezza delle tariffe sul piano dei compensi ed il difficile confronto con un quadro tariffario poco coerente con l’impegno e le responsabilità richieste.

La terza, è connessa alla diretta responsabilità del magistrato e che (diciamo la verità) solo in  parte può ricondursi al fatto che il giudice si trova a operare nelle maglie strette di una normativa totalmente (come detto) inattuale ed inadeguata, con la “spada di Damocle”  dell’eventuale responsabilità per «danni all’erario» sancita dall'art.172 del d.P.R. N°115/2002 , in ordine alle somme liquidate.

Ora, posto che non vi è consulente tecnico di ufficio che non sappia quanto l’aspetto dei compensi rappresenti da sempre, il reale problema delle prestazioni svolte per conto dell’autorità giudiziaria, le prime due possono essere in qualche modo superate da una puntuale conoscenza ed una particolare specializzazione nella materia dei compensi da parte dei consulenti.

Discorso invece diverso deve farsi per la terza ragione legata esclusivamente alla condotta che decide di assumere il giudice e sul quale il CTU – pur capace, competente e preparato, può ben poco. Ed è qui uno dei nodi centrali della questione.

Il magistrato infatti – nonostante tutto –  ha in suo possesso gli strumenti per apprezzare (e liquidare) la consulenza nel modo più congruo ed in linea all’effettivo valore della prestazione resa dal suo ausiliario; egli infatti può riconoscere non solo l’aumento degli onorari ovvero applicare un abbinamento dei criteri di calcolo che adeguino il compenso all’effettiva opera svolta, ma anche offrire una lettura estensiva e positiva di taluni principi statuiti dalla Cassazione (la cumulabilità del compenso, rapportare il valore di calcolo su quello indicato dal CTU od ancora applicare le vacazioni in luogo delle tabelle quando il conteggio con queste risulti del tutto iniquo rispetto all’opera del CTU, per citarne solo alcuni come esempio).

Vi sono alcuni esempi virtuosi che negli ultimi tempi si stanno affermando, in particolare sul tema delle consulenze per le esecuzioni immobiliari (Tribunale di Vicenza e di Varese su tutti).

D’altra parte il ruolo di consulente tecnico di ufficio, di esperto e di ausiliario richiede, ogni giorno di più, una particolare specializzazione, che porta spesso i giudici a scegliere, per gli incarichi più delicati e complessi, coloro che offrono garanzia di affidabilità e competenza. Ma vi è di più. Al CTU ormai sono richieste conoscenze multidisciplinari cosicché per formarsi egli è costretto (e lo fa con passione) a svolgere lunghe sessioni formative nelle diverse materie in modo da poter offrire alla giustizia l’adeguata  professionalità e la «particolare specializzazione». E per questo è lecito, corretto e legittimo che questi soggetti si attendano una remunerazione adeguata ed in linea al valore della prestazione svolta. Solo una persona irragionevole potrebbe pensare il contrario!

L’attività del magistrato nella liquidazione del compenso al proprio ausiliario dovrebbe quindi esulare dall’applicazione tout court della norma non potendo essere estraneo al ragionamento il fatto che il riconoscimento del valore dell’opera dell’ esperto non possa racchiudersi esclusivamente in una mera corrispondenza di tabella o di tempo e che la professionalità e competenza deve trovare riconoscimento e giustizia economica soprattutto in un momento storico dove il “mestiere” del CTU è svolto da tanti avventizi e soggetti assi poco qualificati. Purtroppo non possiamo non rilevare come taluni magistrati siano guidati nell’idea che la consulenza sia di fatto “un servizio alla comunità” e che quindi non possa rappresentare una fonte di lucro (legittimo e giusto) per il professionista.

Come si può pensare di compensare l’attività di questi professionisti con 4,07 euro all’ora o dopo 8 mesi di lavoro peritale lunghi e complessi di fronte ad una richiesta modesta del consulente (1.600 euro) liquidare 600 euro pure con la decurtazione delle spese di viaggio!!

Per fortuna non tutti sono guidati da questo pensiero…

Viceversa altrimenti potremmo considerare una idea: instaurare un albo dei consulenti che svolgano gratuitamente quella funzione per due/tre incarichi all’anno. Una sorta di albo di ctu volontari (sulla scorta di quello di volontari civici istituito presso molti comuni) dove svolgere, al pari di chi presta servizio nelle associazioni di volontariato, una funzione a beneficio della comunità e con il riconoscimento di crediti professionali in modo da incentivarne l’iscrizione. Però allora – in linea a questo – dovremmo considerare di eliminare il contributo unificato e tutti gli oneri fiscali ed economici connessi al procedimento; la prestazione dell’avvocato dovrebbe essere equiparata al gratuito patrocinio e lo stesso magistrato dovrebbe, per taluni giudizi, essere remunerato nel rispetto di questi indirizzi di economicità (magari a vacazione oraria).

Una provocazione, certo!

Non troppo diversa però rispetto a quella di certe liquidazioni che noi consulenti talvolta siamo costretti a sopportare (ed a subire) dopo aver svolto il mandato con tutta la nostra passione, competenza e professionalità!

News

Questo sito utilizza cookie. Continuando a consultare questo sito web acconsenti all'utilizzo dei nostri cookie.