LE PARTICOLARI CONOSCENZE DEL CTU

Il consulente tecnico di ufficio svolge una funzione giurisdizionale importante per il giudice. Esso rappresenta “l’occhiale specialistico” del magistrato quando questi si trova a dover decidere su aspetti che esulano dalle proprie competenze e conoscenze.

Sempre più spesso – ancor di più nello stato attuale della giustizia nel nostro paese –  il risultato del lavoro dell’esperto (la cosiddetta relazione peritale), quando la questione controversia si risolve in aspetti esclusivamente tecnici – diventa la sostanza della decisione del magistrato.

Pertanto – e non appare eccessivo – si può dire che il consulente tecnico finisce per decidere, in quei casi, l’esito della controversia.

Questa condizione dovrebbe richiamare tutti i tecnici, che in vario modo sono impegnati in incarichi giurisdizionali, sul senso di responsabilità che assumono quando sono chiamati ad espletare queste funzioni. In tal senso non appare scontato suggerire che questi dovrebbero – come in una comune prestazione professionale richiesta da un cliente – astenersi nel caso che non fossero in grado ad adempiere o non potessero dedicare il giusto tempo al compimento dell’incarico.

L’esperienza quotidiana ci dice che talvolta non ciò non corrisponde alla realtà; difatti il tecnico, spesso è portato – erroneamente – , a ritenere che la propria competenza, spiegata dall’iscrizione ad un ordine o collegio professionale e gli anni di esperienza, possa di per sé essere sufficiente a garantire il pieno e  corretto assolvimento del mandato giurisdizionale.  In verità – e ciò assume ancor più un particolare rilievo alla luce della riforma del processo del 2006 – non appare scontato il fatto che un buon tecnico possa rappresentare necessariamente un buon consulente tecnico, poiché per svolgere efficacemente l’attività di ausiliario del giudice un tecnico deve possedere particolari conoscenze e qualità , in un certo senso anche  autonome, rispetto alle mere competenze scientifiche e professionali. Ed è quello che contraddistingue la figura del consulente tecnico di ufficio rispetto a quella di un professionista tecnico in senso lato. Non è detto, infatti, che una perizia ineccepibile da un punto di vista scientifico, possa essere una perizia valida.

D’altra parte il ruolo racchiude anche profili di responsabilità la cui portata riteniamo sia tale da scoraggiare colui che, in queste condizioni, ritenesse comunque di accettare e svolgere l’incarico.

Il consulente tecnico dovrebbe garantire al magistrato alcune conoscenze e qualità che potremmo semplicemente definire come “sapere” , tali dall’essere in grado di manifestare la capacità dell’esperto allo svolgimento dell’incarico e ad affrontare i variegati aspetti in esso contemplati.

In un esame dei diversi profili, questo sapere potrebbe tradursi nel sapere, nel  saper fare, nel saper essere.

Il sapere ed il saper fare.

Il sapere si traduce nel sapere tecnico e giuridico che il consulente deve mettere in campo.

Le conoscenza di ordine tecnico è propria di ogni professionista e, nei casi di specie, dovrebbe essere garantita per l’assolvimento delle particolarità insite nell’incarico.

Nel descrivere la figura di coloro che possono richiedere l’iscrizione all’albo dei consulenti tecnici, l’art.15 disp.att. c.p.c. recita “….Possono ottenere l’iscrizione nell’albo coloro che sono forniti di speciale competenza tecnica in una determinata materia,….” ; ciò significa che il soggetto deve possedere non già una competenza purchessia (come quella meramente spiegata dall’iscrizione ad un ordine o collegio professionale) ma una competenza tecnica “particolare” ovvero specifica in un determinato settore.

Ora ben sapendo che un consulente nella propria vita professionale non è competente, né può conoscere adeguatamente, di ogni ambito della propria sfera di attività, ne consegue che è da escludersi la possibilità che un giudice conferisca incarico ad un consulente che non risulti adeguatamente esperto nel settore oggetto della controversia, (ad es. incarico di analisi chimiche e fisiche di un terreno conferito ad un geometra) mentre è pacifico che quando l’ambito dell’accertamento ricada in un ambito più generale della specifica attività professionale di quella categoria, ciò assume carattere di normalità (ad es. accertamenti di conformità edilizio – urbanistici, verifiche catastali, computo metrico estimativo di lavori edili, calcolo danni conseguenti ad imperizia di lavori di ristrutturazione ad un edificio).

Occorre comunque  evidenziare che la necessità all’atto della domanda di iscrizione all’albo dei consulenti tecnici, di indicare le proprie specializzazioni, eventualmente supportate da titoli e qualifiche, non può considerarsi atto formale ma è condizione propria volta a garantire al magistrato la migliore valutazione al momento della scelta del consulente.

Ma se da una parte potremmo dire che il sapere tecnico è una componente ovvia per la figura del consulente tecnico, non altrettanto può dirsi per il sapere giuridico. Infatti la preparazione dei professionisti tecnici nella materia della procedura civile e processuale è carente per non dire  frequentemente assente. Eppure cosi come un progettista non si azzarderebbe a pensare, definire e presentare un progetto senza conoscere adeguatamente le norme tecniche, regolamentari ed urbanistiche della zona, lo stesso consulente non dovrebbe svolgere l’incarico senza conoscere approfonditamente e dettagliatamente le norme di procedura civile che regolano la propria attività e, più in generale quelle, ove, la propria opera trova esercizio.

Tale concetto – di una imbarazzante banalità – non  è poi così evidente a coloro che affrontano l’attività di consulente tecnico di ufficio, in particolar modo costoro che non la svolgono assiduamente, ritenendola, nei fatti, una parte diretta della loro professione e trascurando conseguentemente la portata che talune obbligazioni stabilite dall’ordinamento processuale  rappresentano per il corretto svolgimento dell’incarico e la validità del lavoro peritale.

Difatti il mancato rispetto del contraddittorio e del diritto alla difesa, ovvero assumere documentazione nel corso dei lavori peritali da una parte senza garantirne la conoscenza all’altra, o ricevere documentazione di cui sia vietata la produzione od ancora dare inizio o prosecuzione alla operazioni senza darne avviso alle parti, possono rappresentare circostanze e fatti idonei a spiegare la possibile nullità della consulenza tecnica di ufficio con le eventuali conseguenze sul piano delle responsabilità disciplinari, civili e penali.

Pertanto per il tecnico, per sua stessa natura non “tecnico del diritto”, si impone la conoscenza approfondita della norma che consente di poter svolgere nel migliore dei modi l’incarico, mettendosi al riparo da eventuali spiacevoli conseguenze. Il consulente deve conoscere approfonditamente quindi le norme che regolano la propria attività e specificatamente quelle relative alle disposizioni attuazione e transitorie regolanti l’iscrizione, la tenuta, la formazione dell’albo dei consulenti tecnici nonché quelle relative alle sanzioni e responsabilità a cui è soggetto (art.13 cpc e ss.), quelle relative alla propria attività e quella dei consulenti di parte (art.91 cpc e ss.), le disposizioni generali (art.61 cpc e ss.) ed ancora quelle concernenti il processo di cognizione (art.191 cpc e ss.).

Il saper essere.

Un ulteriore aspetto dello conoscenza del consulente – tutt’altro che scontato –  è rappresentato dal saper essere, ovvero dal quadro complessivo e particolare dei modelli comportamentali e relazionali  che l’ausiliario deve saper utilizzare nello svolgimento del compito.

Nella generalità, tra gli esperti giudiziari, si registra come modello più diffuso quello ispirato allo   stile autoritario; se vogliamo ciò è indotto anche  dalla visione “di ordine imposto” con il quale viene connotato, nella visione comune ed in un certo senso convenzionale, l’incarico giudiziario.

Tale modello se da un lato può rispondere ad esigenze di ritualità nello svolgimento delle fasi tipiche dell’incarico  dall’altra non risulta funzionale né efficace laddove in altre fasi del mandato la priorità debba essere indirizzata a privilegiare caratteri di relazionalità e confronto con i diversi soggetti coinvolti – su tutti le parti – come accade, ad esempio, nei tentativi di conciliazione.

Ed è in queste fasi che emergono con ogni evidenza i limiti del suddetto modello.

Con lo stile autoritario il consulente non detiene la forza che invece viene riconosciuta a chi adotta quello cooperativo che implica l’autorevolezza. Il primo si impone, il secondo viene riconosciuto.

Ed è questo uno dei limiti nella dinamica di azione che – allo stato attuale – non consente al consulente di connotare positivamente i propri esperimenti conciliativi e che spesso – in una visione parziale ed errata – porta a ritenere che la conciliazione non possa essere raggiunta in corso di causa. E invece l’esperienza indica che è proprio vero il contrario.

E’ essenziale comprendere per il consulente che solo attraverso il dialogo è possibile offrire un cambiamento di prospettiva della controversia alle parti. Proprio quel dialogo che manca in un conflitto che viene acuito dall’assenza della comunicazione tra le parti; queste, nel corso del procedimento giudiziario mantengono il dialogo, normalmente, solo attraverso i propri legali che mediano ogni scambio comunicazionale, per iscritto, a mezzo di lettere, atti ed istanze. Le parti, raramente sono chiamate a doversi confrontare direttamente sui temi specifici formanti la controversia e, se obbligati, tendono a frapporre filtri di varia natura.

L’abituarsi nuovamente al dialogo per le parti è un po’ come per una persona che a seguito di un trauma, ricomincia una lenta e dolorosa fase di riabilitazione per riprendere pienamente le proprie funzioni deambulative; le prime azioni saranno limitate e circospette per poi, man mano che si riappropria della giusta confidenza e naturalezza, lasciare spazio ad una iniziativa accompagnata da maggiore forza e convinzione. Sono proprio le difficoltà di ordine comunicativo a rappresentare il vero scoglio in questi contesti e la cui gestione è tale da richiedere al consulente  una preparazione specifica ed adeguata.

Fin quando i consulenti – ed i magistrati – non comprenderanno che la conciliazione è una vera e propria attività professionale che richiede preparazione ed una formazione specifica – i risultati, se non demandati alla buona volontà del singolo, non potranno mutare sostanzialmente.

Ma la dinamica per così dire cooperativa non premia solo le attività della sfera conciliativa nell’incarico del consulente.

Infatti se da un lato al consulente si richiede di fornire una esauriente e motivata risposta alle questioni poste dal giudice istruttore nel quesito e di quelle, a cui lo stesso attinge nell’ambito degli atti legali delle parti, per far ciò, dall’altro, egli deve – per la concretizzazione del rispetto del principio del contraddittorio e diritto alla difesa delle parti –  dare attuazione ad un reale e concreto confronto con  soggetti coinvolti nel procedimento.

Coloro sono i consulenti tecnici di parte ed alcune volte i legali stessi; l’azione del consulente deve essere indirizzata al consentire ogni espressione dei loro giudizi, delle motivate e ragionate osservazioni in merito alle questioni facenti parte degli accertamenti.

Ciò assumendo le osservazioni dei tecnici di parte a mezzo di memorie a cui il consulente stesso deve fornire motivata risposta nelle proprie deduzioni in risposta ai quesiti con il duplice scopo di concretizzare il rispetto del contraddittorio permettendo ai soggetti in causa di avanzare ogni utile osservazione al l’esperto nel momento in cui questi forma il proprio convincimento e, dall’altra, di contenere i tempi del giudizio prevenendo l’eventuale chiamata a chiarimenti o la richiesta di supplemento di consulenza tecnica.

La detta condizione presuppone la capacità da parte del C.T.U. di accettare il confronto in modo proattivo, anche mettendosi in discussione, accettando critiche al proprio operato, nella responsabile consapevolezza che la propria relazione andrà a costituire la base e la sostanza della decisione del giudice. Solo in questo modo l’incarico potrà rispondere pienamente alle esigenze giurisdizionali indirizzate al soddisfacimento di avere una giustizia più rapida e concreta.







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