Dopo alcuni corsi di profilo avanzato presso i Collegi dei Geometri e Geometri Laureati di Brescia e di Pisa in gennaio e febbraio, con il mese di aprile riparte a pieno ritmo la formazione del 2018 di Paolo Frediani.

E con una offerta formativa tutta nuova che inaugura il 19°anno di attività di libero docente.

Arriva il  grande evento tanto atteso: LE DISTANZE IN EDILIZIA”. Il tema, in una grande semplificazione di profili applicativi ed indirizzi giurisprudenziali con un compendio di esemplificazioni grafiche e di casi di studio, tratta un tema delicato che ogni tecnico nella quotidiana attività si trova ad affrontare. Il corso, che ha riscontrato molto interesse tra i colleghi di una durata di 8 ore, ha avuto il suo numero “0” al Collegio di Pisa il 15 marzo; Tantissime le richieste prevenute con corsi già programmati a Treviso (3 edizioni), Brescia (6 edizioni), Ferrara (3 edizioni), Mondovì, Cuneo, Prato, Parma, Alessandria. Da qui a fine luglio 14 sono le sessioni con prenotazione degli iscritti.

Poi l'evento unico "IL CTU QUALIFICATO” un corso pensato da anni;  la formazione superiore per i tecnici forensi che si avvale della preziosa direzione scientifica del Prof. Avv. P.F. Luiso, giurista di chiara fama e delle docenze, oltreché dello stesso professore, del  Dott. Vaccari, magistrato, esperto formatore della SSM e dell’Avv. Occhipinti, docente presso la Scuola Superiore S. Anna. Corso di 40 ore (20 ore nella versione “smart”) con esame finale ed una serie d’iniziative importanti sul piano della visibilità del partecipante che potrai apprezzare dal sito dedicato che nascerà a breve. Il numero “0”  è programmato in Giugno al Collegio dei Geometri di Parma e poi in settembre la seconda edizione a quello di Cuneo.

Altro corso che vedrà gli esordi è il “QUESTION TIME – a domanda risposta”. L'evento, di 4 ore, rappresenta un nuovo modello formativo con un approccio diretto tra docenti/partecipanti sul tema della CTU e della CTP.  La traccia didattica stimolerà le domande dei partecipanti e consentirà di avere una trattazione finalizzata al risolvere le concrete problematiche. Particolare anche la combinazione delle docenze: infatti con me in aula ci sarà il Dott. Vaccari, magistrato ed esperto formatore della Scuola Superiore della Magistratura. Si parte il 1° giugno al Collegio dei Geometri di Parma e poi a Prato ed a Cuneo.

Ed infine il corso avanzato "APPLICAZIONI DELLE TARIFFE DEL CTU”. L’evento, che ha avuto due anticipazioni a Treviso ed a Genova lo scorso anno, attraverso specifici esempi di istanze di liquidazione esamina molteplici casi con la loro pratica soluzione così suggerendo il miglior percorso da seguire e gli errori da evitare. Sarà consegnato anche un file (formato word editabile) contenente i casi esaminati in aula così che ciascun partecipante possa costruirsi una  propria “banca dati” della casistica da utilizzare. Si è partiti al Collegio dei Geometri di Prato e si prosegue a  Parma, Cuneo e Alessandria.

E poi gli altri corsi  sulla CTU (base ed avanzati) e sulla comunicazione che saranno organizzati presso i collegi dei geometri di Catania, Brescia, Massa (con la formazione decentrata della Scuola Superiore della Magistratura), Parma, Mondovì, Casale Monferrato, Cuneo. Ed altre programmazioni sono in procinto di essere definite.

Con una circolare datata 23 ottobre u.s. il Dipartimento per gli affari della giustizia – Direzione generale della Giustizia civile del Ministero della Giustizia  inviata alle Corti di Appello ed ai Procuratori generali presso le stesse Corti è intervenuto sul tema “Oggetto di liquidazione dei compensi in favore degli ausiliari del magistrato. Rilievi del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato – Ispettorato generale di finanza”.

Il contenuto della circolare è il risultato delle relazioni ispettive dell’Ispettorato generale di finanza del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato sull’attività degli uffici giudiziari; in particolare la circolare riferisce di un’azione ispettiva svolta in un tribunale dove sono state rilevate irregolarità nella “mancata indicazioni delle modalità di liquidazione”, della “mancata liquidazione del numero di vacazioni” e dell’”assenza di adeguata motivazione” ed ancora dell’”applicazione del criterio delle vacazioni in luogo di quello specifico previsto per la perizia contabile o per la perizia tecnica”, nonché della “liquidazione a forfait di spese di trasporto non documentate dell’ausiliario.”

Sui punti citati la circolare a firma del Direttore Generale ha ribadito alcuni concetti peraltro già da tempo fatti oggetto di statuizioni dalla Suprema Corte di Cassazione; ma è su un altro aspetto rilevato come irregolare – secondo la circolare in commento – qui s’intende porre l’attenzione.

La questione verte sulla “liquidazione di spese di dattilografia e/o postali in violazione del principio dell’onnicomprensività nell’onorario, della relazione sui risultati dell’incarico espletato”

Sul punto l’estensore della circolare nei rilievi precisa che il disposto dell’art.29 del D.M. 30.05.2002…prevede che “tutti gli onorari, ove non diversamente stabilito nelle presenti tabelle, sono comprensivi della relazione sui risultati dell’incarico espletato, della partecipazione alle udienze e di ogni altra attività concernente quesiti”; che di conseguenza “secondo tale principio, gli onorari sono comprensivi non solo della relazione con risultati, ma anche delle attività professionali espletate e degli strumenti utilizzati anche a prescindere della particolare natura dell’incarico conferito”

La questione è tutt’altro che irrilevante e riguarda il compendio di spese che l’ausiliario si trova a dover affrontare e che in gran parte (oramai) sono prove di titoli giustificativi, non dovendo considerare in questa analisi quelle accompagnate dai documenti giustificativi che il magistrato liquida per l’appunto sulla base del titolo di spesa. Ci si riferisce in particolare nella spese di stampa, copia, riproduzioni normali o speciali, plottaggi in bianco o nero e/o a colori, stampe fotografiche, spese telefoniche e quanto altro sia necessario oggi non può più essere documentato atteso che il consulente opera tali attività facendo uso dell’attrezzatura e delle proprie dotazioni di studio, oneri che spesso, in ragione della particolarità di taluni incarichi, sono di rilevante portata.

Quanto qui in valutazione non può non far evidenziare come la interpretazione fornita dal suddetto ufficio del dicastero della norma art.29 del DM.182/2002 – a parere di questo autore –  appaia se non errata per lo meno fuorviante ed esorbitante ed in contrasto, in primo luogo, con il dettato normativo ed in secondo luogo con i pronunciamenti della giurisprudenza sul punto.

Sul primo versante, cosa dice l’art.29 del decreto ministeriale 20 maggio 2002 — Adeguamento dei Compensi spettanti ai periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori per le operazioni eseguite su disposizione dell’autorità giudiziaria in materia civile e penale (G.U. n. 182 del 5-8-2002)?

 

Art.29.- Tutti gli onorari, ove non diversamente stabilito nelle presenti tabelle, sono comprensivi della relazione sui risultati dell’incarico espletato, della partecipazione alle udienze e di ogni altra attività concernente i quesiti.

Ora dalla semplice lettura non si può non osservare con il contenuto testuale della norma si riferisca agli onorari (“Tutti”) ed alle attività (“ogni altra) che producono i compensi dell’ausiliario e non certamente alle spese. E d’altra parte si deve osservare come l’articolo in commento è l’ultimo dell’articolato delle tabelle allegate al decreto che disciplinano gli onorari (e solo quelli) degli ausiliari ed alle quali con ogni evidenza si riferisce; non si vede perciò come nel testo della norma possano essere considerate le spese atteso che non vi è ad esse alcun riferimento e come nelle stesse tabelle allegate al DM.182/2002 non ve ne sia alcuna che le disciplini, spese invece regolate dagli artt.55 e 56 del D.P.R.115/2002 «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia».

In secondo luogo dobbiamo rammentare che la normativa attualmente in vigore del d.P.R.115/2002  nell’art. 56 (Spese per l'adempimento dell'incarico) precisa che “Gli ausiliari del magistrato devono presentare una nota specifica delle spese sostenute per l'adempimento dell'incarico e allegare la corrispondente documentazione.” Ed ancora che “Il magistrato accerta le spese sostenute ed esclude dal rimborso quelle non necessarie”, rimettendo cosi alla valutazione del magistrato quelle spese che lo stesso non ritenga essenziali per l’adempimento dell’incarico.

In questo indirizzo si è inserito un intervento della Suprema Corte di Cassazione che riguarda proprio quanto in commento.  Il collegio supremo con la sentenza Sez.6 del 18 settembre 2015 n. 18331 ha stabilito che “La nota spese del consulente tecnico deve essere specifica e corredata della documentazione delle spese documentabili, mentre non è necessaria per quelle che non richiedono fatturazione o ricevuta fiscale perché insite nella presentazione dell'elaborato (quali la carta, gli inchiostri e i materiali di supporto e di cancelleria) o per i costi di trasporto ove lo studio professionale o la residenza del consulente non siano nelle vicinanze dell'ufficio giudiziario o degli altri luoghi in cui l'ausiliare si debba recare a cagione dell'incarico.”
Così facendo i giudici supremi hanno correttamente stabilito che anche le spese che non possono essere documentate ma che fanno parte di quel compendio di oneri che il CTU si trova a dover sostenere per adempiere al proprio incarico debbono trovare giusto ristoro nella liquidazione a favore del consulente in quanto connesse alle necessità proprie dell'ufficio ricoperto. Peraltro seppur con più datato intervento (Cass. Sez. II, 5 agosto 1992, n. 9293).  la Suprema Corte si era pronunciata nel ritenere che “Le spese sostenute dal C.T.U. nell’espletamento dell’incarico affidatogli dal giudice sono rimborsabili a prescindere da una specifica preventiva autorizzazione, quando secondo il prudente apprezzamento del giudice di merito siano ritenute necessarie ai fini delle indagini e dell’adempimento dell’incarico”.

Ora alla luce di tali riflessioni – a parere di chi scrive – appare evidente che l’indirizzo fornito dalla circolare del Ministero della Giustizia sia fuorviante in termini di legge ed orientamenti della giurisprudenza e critico nel determinare una ingiusta sperequazione a carico degli ausiliari che per assolvere al loro mandato si trovano costretti a sostenere un insieme di spese che in alcun modo sono comprese negli onorari peraltro oramai inattuali ed assolutamente non corrispondenti al reale valore dell’opera peritale. E’ da auspicarsi pertanto un intervento sollecito degli organi professionali nazionali delle categorie interessate (Rete professioni) al fine di  evidenziare quanto in commento e sollecitare al Ministero una correzione dell’indirizzo applicativo.

 

 

 

Con il tempo l’incarico di esperto nelle esecuzioni immobiliari si è arricchito di contenuti divenendo un complesso quadro peritale finanche da constituire un "unicum" in termini di obbligazioni.

L’incarico giurisdizionale, nei vari passaggi del legislatore e nelle integrazioni operative dei diversi uffici giudiziari, ha finito per identificarsi in un complesso e ricchissimo compendio di adempimenti, accertamenti, dichiarazioni, verifiche, attestazioni che pare fin anche banale ridurre, come ancora molti affermano, in una mera “perizia di stima”. Anche questa prestazione, per la verità, non è rimasta estranea alla trasformazione, arricchendosi di nuovi contenuti nelle operazioni estimative con il recepimento degli indirizzi  delle metodologie di stima statuite dagli Standard internazionali.

D’altra parte è inutile nascondere che questo tipo di procedure giurisdizionali che presentano una diretta ricaduta in ambiti economici del tessuto sociale, hanno da sempre attirato le attenzioni del legislatore; dapprima con la legge n.80 del 2005 che introdusse il c.d. “contraddittorio semplificato” e la novella dell' art.173 – bis disp.att. c.p.c. e più recentemente, con il Decreto Legge n. 83 e la Legge n.132 del 2015, mediante le quali si sono introdotte radicali modificazioni e, peraltro, con quest’ultimo provvedimento, anche l’infausta dimidiazione del compenso. In ultimo recentemente il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato le Linee Guida in materia di esecuzioni immobiliari, con ciò ribadendo la particolare’attenzione verso questo tipo di procedure.

Insomma insieme di passaggi che hanno determinato un accrescimento del livello di adempimenti e obbligazioni per l’esperto e che lo hanno ancor più, ove ve ne fosse bisogno, reso responsabile nella prestazione pubblicistica.

Con questi insieme di interventi sono cresciuti i quesiti, le richieste, le domande a cui l’esperto deve far fronte, le innumerevoli incombenze, nonché la necessità di dover rispondere ad un quadro articolato di aspetti più o meno espressi di ordine tecnico – specialistico sul piano normativo, giuridico, edilizio ed urbanistico.

Le richieste sono talmente ampie e diversificate  da non poter in certi casi essere esaurite dalle competenze di un singolo professionista; non v’è infatti dubbio che occorrano competenze in materia urbanistica e regolamentare, edilizia e catastale, strutturale e statica, impiantistica nei diversi settori (elettrica, termotecnica, elettrica ect) ed ancora contrattuale, di diritto pubblico e privato, in quadro applicativo generale e di specie e rapportate spesso a prassi locali che non trovano spiegazione diretta nelle norme; inoltre gli accertamenti debbono essere condotti nell’indirizzo di identificare uno stato giuridico-normativo che spesso il bene non possiede e quindi determinando il potenziale avverarsi di talune ipotetiche condizioni (ad esempio il rilascio di atti e/o titoli abilitativi, attestazioni di conformità ) aspetti che con ogni evidenza non appartengono alla sfera dell’esperto e che spesso si svolgono in una cornice di scarsa (spesso nulla) collaborazione delle pubbliche amministrazioni ben lungi da assumersi responsabilità; od ancora la determinazioni di oneri ovvero di opere connesse allo stato del bene senza che vi sia  la possibilità di svolgere tutte le indagini materiali e non che la condizione invece richiederebbe e verificare se esistano condizioni intimamente connesse al bene ed alla proprietà senza esplicitare un concreto canale per farlo, come ed esempio la verifica di contenziosi in corso del bene.

Insomma in estrema sintesi il quadro è chiaro: si chiede all’esperto di fornire moltissime risposte certe su fatti molto incerti!

Inoltre dopo tutto questo l’esperto deve provvedere a svolgere una stima che risponda ai canoni di correttezza metodologica peraltro su un valore (di mercato) che di fatto nel tipo d’incarico non esiste (forse sarebbe più corretto richiedere il valore di vendita forzata?) Ma tant’è.

Tutto questo determina grandi problematiche in ordine alla effettiva possibilità per l'esperto di svolgere con compiutezza e correttezza le operazioni e di pervenire a determinazioni certe, sulle quali – siamo tutti ben consapevoli, ma è bene ricordarlo – l'ausiliario resta responsabile civilmente e penalmente nei confronti delle parti e dell’aggiudicatario. E non è certo un caso il dato che le cause per richiesta risarcimento danni nei confronti degli esperti siano notevolmente cresciute in questi ultimi anni e da alcune delle quali è risultato che il Ministero della Giustizia (chiamato in causa da taluni) resta totalmente estraneo gravando ogni onere risarcitorio in capo all'esperto.

E non è tutto.

Con la Legge 132 del 2015 i tempi di redazione della relazione peritale si sono ridotti e le liquidazioni dell'onorario rapportate al prezzo di vendita all’asta così facendo divenire una prestazione di mezzo in una di risultato e con tempi di pagamenti indefiniti, senza peraltro considerare l'acconto (quando versato) che spesso finisce per coprire a mala pena le numerose spese ed i casi (già segnalati in diversi) dove vi è l'estinzione del processo e dove il G.E. non liquida compenso all'esperto (ultimo caso al Tribunale di Livorno).

Da tempo affermo che occorre una qualificazione delle funzioni dell’esperto e del CTU ma questa non è la strada.

Chi conosce la materia sa bene che occorre grande qualità professionale per svolgere queste attività; perché la vera, autentica competenza per svolgere pienamente e correttamente le funzioni di esperto estimatore nell’odierno processo di esecuzione immobiliare non si raggiunge con le sole certificazioni ma con anni di pratica ed esperienza professionale nei diversi settori; questa è la vera ricchezza che i professionisti di questa specie mettono a disposizione della pubblica giurisdizione, ricchezza per la quale pare ovvio dover trovare un corrispondente (e ragionevole) riconoscimento economico e garanzie per un compiuto assolvimento dell'incarico.  

Il rischio molto concreto (e che è già in corso in taluni uffici) è che le migliori professionalità, che come detto sono l’unico presidio a garanzia per queste procedure, decidano che “il gioco non vale più la candela” e abbandonino queste funzioni.  E questo rappresenterebbe non solo un danno per la pubblica giurisdizione (ed alla fine per la collettività) ma la vera beffa per tutti coloro che predicano bene ma razzolano male.

Ed allora si dovranno trovare altri “scudi umani”!

 

 

La formazione professionale del secondo semestre del 2017 per Paolo Frediani riprende con conferme ed alcune novità.

Una di questa, che segna il primo impegno formativo del periodo, è la docenza alla Scuola Superiore della Magistratura. E’ fonte di grande soddisfazione e riconoscimento per Paolo Frediani dopo 18 anni dedicati alla formazione e dopo due anni d’iscrizione all’Albo docenti della stessa Scuola, l'incarico di contribuire alla formazione dei magistrati italiani su un tema quanto mai delicato ed importante; infatti, nella splendida cornice della sede della Scuola a Villa Castelpulci a Scandicci (FI) nell’ambito del corso “Tutto quello che c’è da sapere sulle spese di lite” rivolto a 180  magistrati ordinari di primo grado e di appello, il docente terrà lezioni, con successivo confronto con i partecipanti, sul delicato tema  della “Liquidazione dei compensi degli ausiliari del giudice”. ll corso in due edizioni è parte integrante del percorso formativo organizzato dalla Scuola Superiore per la formazione dei magistrati.

Grande rilievo poi nei corsi che saranno organizzati presso i collegi dei geometri.

Si parte da Ferrara con i corsi “Le novità per l’esperto stimatore” (28 settembre) e “L’esperto del giudice: la relazione peritale” (29 settembre), poi a Mantova con “L’esperto del giudice: le attività ed i compensi” (5-12 ottobre), poi Genova e Varese con i corsi avanzati del programma “Il CTU e il CTP 2.0” sui temi obblighi, pubblico ufficiale, responsabilità, effetti e CTP, rispettivamente (10 ottobre, 2 e 23 novembre, e (18-19 ottobre e 27-28 novembre). A Trento (14-15 dicembre) si terrà un importante evento formativo sul delicato tema “Le funzioni del pubblico ufficiale del consulente e le sue responsabilità”. Inoltre a Treviso (16 novembre) ed a Genova (5 dicembre) partirà il nuovo corso avanzato dal titolo “Applicazioni delle tariffe del CTU” basato su un ampio set di casistiche di istanze di liquidazioni con esempi e casi di studio con la possibilità di scaricarli in formato word al termine del corso.

Un importante evento dall’alto profilo formativo sarà svolto per i collegi della Regione Friuli Venezia Giulia nel corso “Funzioni, attività e responsabilità del CTU, dell’esperto e del CTP“ di che si terrà a Gorizia presso la sede ENAIP (8-9 e 14-15 novembre).

Nel quadro delle conoscenze e dello sviluppo culturale si svolgeranno seminari sulle funzioni del CTU (attività e conciliazione) e del CTP a Genova (22 settembre), a Treviso (17 novembre) ed a Trento (15 dicembre).

In ultimo è evidenziare che la qualità e la necessaria qualificazione delle funzioni del CTU saranno al centro di tre importanti convegni organizzati dai Collegi dei Geometri. Il primo a Pistoia, nella cornice degli eventi di “Pistoia Capitale della Cultura Italiana 2017” il 15 settembre pv. con la partecipazione di illustri relatori, il secondo a Grosseto il 13 ottobre ed il terzo a Treviso il 13 dicembre, eventi tutti accomunati dalla sinergia Geometri – Tribunale – Avvocati nella ricerca di trovare risposte alla sempre più impellente domanda di qualità del consulente del giudice.

Poi con l’anno 2018 arriverà (finalmente) il nuovo corso, di grande utilità,  che avrà la sua prima edizione a Brescia l’11 gennaio, dal titolo “Le distanze in edilizia” che tratterà un tema quanto mai delicato ed importante per noi tecnici con casistiche, rassegna di esempi ed approfondimenti. Ad oggi il corso è già stato richiesto dai Collegi dei Geometri e Geometri Laureati di Brescia, Treviso, Pordenone e Ferrara. Ma di questo se ne riparlerà entro la fine dell’anno con la presentazione del programma “Le materie del CTU”.

Il consulente tecnico di ufficio ha sempre avuto una particolare rilevanza nel processo; ciò ancor più oggi dove il giudice è chiamato ad esprimersi su questioni complesse e diversificate e dove il ricorso alla consulenza è molto frequente.

Occorre altresì osservare che sempre più spesso – ancor di più nello stato attuale della giustizia nel nostro paese –  il risultato del lavoro dell’esperto quando la questione controversia si risolve in aspetti esclusivamente tecnici – diventa la sostanza della decisione del magistrato.

D’altra parte la consulenza è anche una fase delicata del processo: in essa si incontrano saperi e linguaggi diversi che talvolta, hanno difficoltà a comprendersi e frequentemente con essa si costruisce la “struttura portante” della decisione giurisdizionale.

Ma forse mai come negli ultimi anni la distonia tra la rilevanza assunta dal consulente tecnico ed il deficit strutturale e le carenze profonde che ne caratterizzano la figura sono state così evidenti.

Di ciò vi sono molte ragioni; alcune da ricercarsi nel sistema nel suo complesso altre più direttamente correlate al mondo professionale.

Ma le stesse condizioni in cui si muove oggi il processo civile  hanno nei fatti esaltato dette carenze.

Il ricorso all’ausiliario – come già osservato –   è oramai condizione pressoché costante per il giudice che si trova a confrontarsi con cause complesse, articolate ed eterogenee  nelle quali la rilevanza degli aspetti tecnico – specialistici assume una portata centrale per la risoluzione della controversia. A tutto ciò si aggiunga la condizione di particolare crisi della giustizia civile nel nostro paese, che da sempre al centro dei diversi interventi di riforma del legislatore, pone seri vincoli allo sviluppo economico ed alla crescita del paese contribuendo a determinare condizioni di scarsa attrattiva per investitori esteri e dissimilarietà con gli altri paesi membri UE. L’enorme carico di procedimenti che il magistrato si trova a dover gestire spinge frequentemente i giudici ad anticipare la fase di nomina del consulente nel procedimento giudiziario non solo per porre in essere le condizioni per una necessaria lettura e comprensione degli aspetti controversi ma anche al fine di dissipare ovvero neutralizzare gli effetti del conflitto attraverso la ricerca di una soluzione condivisa attraverso la conciliazione della vertenza condotta proprio dal consulente tecnico che oramai costantemente riceve specifico incarico in tal senso.

Non v’è quindi alcun dubbio sulla rilevanza assunta da tale figura nel processo; proprio questo induce a dover approfondire il tema riguardante l’idoneità dei i professionisti impegnati in tali incarichi. Non tanto relativamente ai requisiti previsti dalla legge quanto piuttosto le competenze e le sensibilità per rispondere in modo corretto, compiuto e soddisfacente alle esigenze richieste dal meccanismo di giustizia.

Per fare questo proviamo a partire considerando il contesto storico di riferimento.

E’ anzitutto da rilevare – come abbiamo già evidenziato – come per il settore della consulenza tecnica di ufficio non sia richiesta una effettiva specializzazione ovvero una formazione attraverso studi e corsi qualificanti. Anzi dobbiamo registrare come  nel percorso scolastico ed universitario non si siano mai curate in modo specifico la formazione e la specializzazione del futuro esperto del giudice, ancorché a questi vengano, da sempre, affidati compiti di rilevante responsabilità ed incombano, ove le liti si risolvano in questioni di natura tecnica, le responsabilità di decidere l’esito della controversia. Si è da sempre osservato l’attività di consulenza tecnica di ufficio come “parte” dell’attività professionale quotidiana, talvolta riservandole tempi e spazi marginali rispetto ai ben più remunerativi settori della progettazione, topografia ed altri.

In questo senso occorre registrare come molti professionisti, generalmente, si affacciano agli incarichi con scarsa consapevolezza  delle proprie responsabilità ed insufficiente conoscenza delle particolarità insite nel ruolo e della rilevante portata del lavoro a loro affidato; condizioni aggravate dalla presunzione che accompagna spesso coloro che praticano l’attività professionale da tempo, ritenendo sufficiente la sola conoscenza tecnica della materia (spesso basata più sulla esperienza) a svantaggio delle regole nel cui regime il mandato trova esplicazione, desumendo che la consulenza tecnica si fondi esclusivamente in una risposta specialistica ai quesiti (tecnici) del magistrato. Inoltre, in questi soggetti, è carente, una generale sensibilità propria del ruolo del consulente tecnico; non a caso per costoro, (ne è sicuramente testimone il lettore esperto quando svolge incarico di consulente di parte),  ad esempio, è carente una compiuta e seria attività che, nel rispetto del contraddittorio e del diritto alla difesa, soddisfi idonei spazi di confronto con i consulenti tecnici delle parti, visti spesso come (inevitabile) intralcio al compimento della loro “opera” e espressione parziale per suggerire e proporre valutazioni tecnico – scientifiche degne di considerazione. D’altra parte il magistrato quando in sede di affidamento dell’incarico raccoglie dall’incaricato il giuramento di rito “ di bene e fedelmente adempiere……” da in un certo senso per scontato il necessario sapere per dare corretta esecuzione al mandato. Quali sono le conoscenze speciali ossia le qualità oggettive e soggettive che il consulente deve garantire alla pubblica giurisdizione, ne parleremo nelle prossime pagine.

Tali soggetti sono rappresentati in particolare dai professionisti già maturi, attivi da tempo e con una buona esperienza sviluppata in altri settori; quei professionisti che, in buona sostanza ed in qualche modo, ritengono che la loro preparazione, l’esperienza e la conoscenza tecnica maturata in tanti anni di attività professionale possano essere sufficienti a garantire un adempimento corretto del mandato. Sono coloro che, indubbiamente dotati di competenze tecniche specifiche in talune materie, non ne hanno alcuna ovvero ne possiedono in grado insufficiente, in quelle peculiari (speciali) del consulente.

D’altra parte i giovani professionisti proprio perché all’inizio del proprio cammino professionale e consci di avere limitate conoscenze, sono certamente più consapevoli della portata delle responsabilità che assumono con il mandato e sulla importanza delle funzioni affidate; tali condizioni suggeriscono frequentemente il ricorso a studi ed approfondimenti specifici anche a mezzo di percorsi formativi dedicati atti ad acquisire l’apprendimento delle conoscenze almeno di base, utili a garantire lo svolgimento di un mandato corretto e compiuto. Inoltre, seppur condizione di per sé non sufficiente, giova osservare come alcuni ordini e collegi, a carico di questi soggetti, pongano limitazioni temporali alla proposizione della domanda di iscrizione all’albo dei consulenti tecnici. E’ come già osservato una professione che non si è mai insegnata. Appena ottenuta l’abilitazione all’esercizio della professione, nei fatti, chiunque può iscriversi all’Albo dei C.T.U. essendo poi quindi nella condizione di poter ricevere incarichi. E’ un paradosso antistorico. Di fronte ad un mondo professionale e del mercato dove si richiedono specializzazioni, qualificazioni, capacità tali da limitare la possibilità di esercitare particolari attività in taluni settori se non dotati di precipue capacità, in quello cosi importante come quello connesso al sistema di funzionamento delle giustizia, centrale per lo sviluppo sociale ed economico di ogni paese avanzato, siamo sempre legati a logiche di accesso al ruolo assolutamente generiche ed inadeguate.

Sarebbe un po’ come mettere in una navicella e spedire in orbita il motociclista perché comunque ha un casco!

Ma è di tutta evidenza per chi conosce un poco le attività del consulente tecnico  che non possa ritenersi scontato il fatto che un buon tecnico possa rappresentare necessariamente un buon consulente tecnico, poiché per svolgere efficacemente l’attività di ausiliario del giudice, questi deve possedere particolari conoscenze e qualità, in un certo senso anche autonome rispetto alle mere competenze scientifiche e professionali. Ed è quello che contraddistingue la figura del consulente tecnico di ufficio rispetto a quella di un professionista tecnico in senso lato. Ed in tal senso non è detto che una consulenza tecnica ineccepibile da un punto di vista scientifico possa anche esserlo sotto quello della procedura civile.

Ma d’altra parte nel nostro paese non si è mai sviluppata una seria riflessione sul concetto della professionalità (e quindi qualità) che il consulente tecnico di ufficio deve poter garantire; né da parte delle categorie professionali né da quella della magistratura. Certamente, come già osservato, i requisiti per l’iscrizione all’albo non sono né sufficienti né idonei a rendere plausibile il corretto, compiuto e soddisfacente assolvimento all’incarico. Dovrebbe invece, farsi strada una considerazione diversa del ruolo contraddistinta da un riconoscimento da ottenersi attraverso un percorso formativo specifico da realizzarsi dapprima nell’ambito dei cicli scolastici e successivamente da svolgersi nell’ambito dei percorsi d’indirizzo professionale da definirsi a cura dalle categorie professionali unitamente alla magistratura ed all’avvocatura.

A questo stato di cose non è immune l’attuale crisi economica che attraversa da tempo la nostra società. Anzi non v’è dubbio che proprio la crisi ha aggravato tale insieme di condizioni già da tempo latenti e note agli osservatori più attenti.

Il fenomeno, che si registra in vario modo su tutto il territorio nazionale, è significativo sia nel settore degli incarichi di ausiliario giudiziario di cui all’art.68 c.p.c. (esecuzioni immobiliari), negli ultimi anni assai cresciute per i noti motivi e dove, peraltro, nell’immaginario dei professionisti, i compensi sono ritenuti in qualche modo garantiti dalla presenza di istituti di credito quali creditori, ma anche negli incarichi di C.T.U. di cui all’art.61 c.p.c. (processi di cognizione e cautelare) che, nonostante il particolare momento, non sono calati nel numero complessivo e che richiedono costantemente il ricorso alla consulenza tecnica.

Per comprendere meglio il fenomeno può essere utile riferire che una ricerca svolta da questo autore su alcuni Tribunali ha individuato in una variabile tra il 20 ed il 38% l’aumento delle domande presentate negli ultimi anni per l’iscrizione all’albo dei consulenti tecnici. Lo studio, pur privo di rilevanza scientifica e delle caratteristiche di indagine statistica degna di questa definizione, è comunque significativo per attestare il fenomeno, rispecchiando l’andamento già percepito tra la comunità dei professionisti che da più tempo ed in modo continuativo svolgono incarichi giudiziari. La fenomenologia segnalata indica come moltissimi professionisti, tra i quali spiccano soggetti già operanti da tempo nell’attività professionale, hanno deciso di intraprendere ex-novo l’attività di ausiliario giudiziario e consulente tecnico di ufficio. Se da una parte l’evento è da osservare come conseguenza inevitabile della generale contrazione degli spazi professionali disponibili, peraltro contribuendo ad accelerare la già attuata competizione nell’affidamento degli incarichi in virtù dei disposti normativi che obbligano il giudice a favorire una rotazione tra gli iscritti, dall’altra, ad analisti più attenti, non può non porre alcuni interrogativi.

Ciò ha quindi determinato da un lato una maggior presenza di iscritti negli albi dei consulenti e dall’altro un minor tasso di qualità degli stessi con minore sensibilità negli incarichi.

Tra questi, oltre alle conoscenze normative poste a presidio del regolare svolgimento dell’incarico vi sono due ulteriori delicati aspetti.

Il primo tra questo è legato ai compensi richiesti dal consulente.

Invero, (è fenomeno accertato negli ultimi tempi con allarmante frequenza),  i neo-consulenti tecnici per accrescere il loro livello di visibilità agli occhi del magistrato e quindi pensando di garantirsi una maggior numero di incarichi, tendono a svolgere il mandato con profili di bassa remunerazione richiedendo compensi significativamente inferiori ai già pur non rilevanti onorari stabiliti dalla normativa. Ancorché tale condotta sia censurabile è difficilmente modificabile se non con un incremento della cultura del ruolo del consulente sarebbe auspicabile un intervento determinante delle categorie professionali e della magistratura per scoraggiare tali condotte .

Siccome siamo tutti convinti che,  come ben definito nella lucidissima analisi dello scrittore John Ruskin, scrittore, poeta e critico d’arte britannico vissuto nell’800, non è compatibile con la legge economica “….pagare poco ed ottenere molto…”[1] le conclusioni possono essere sufficientemente chiare al lettore così come dovrebbero esserle al magistrato ed a tutti coloro che hanno interesse ad un corretto e compiuto adempimento del mandato giurisdizionale dell’ausiliario.

L’altra questione ed è tema che affrontiamo in modo approfondito ed articolato con questa pubblicazione è quello dell’esperimento conciliativo della vertenza che come detto è divenuta “mission” costante affidata dal magistrato al proprio ausiliario.

Nelle pagine che seguiranno porremo l’accento sulla rilevante opera del C.T.U. nell’indirizzo di conciliare la controversia, anche attese le condizioni di evidente difficoltà in cui versa il sistema giudiziario italiano. D’altra parte non sfugge a nessuno come le cause giudiziarie abbiano assunto più connotati di moltiplicatori  di conflitti che strumento di soluzione agli stessi.

Ma occorre anche rilevare, come osserveremo ampiamente nelle pagine di questo volume,  come intorno alla conciliazione e, in generale, ai sistemi auto-compositivi del conflitto, si renda ogni giorno più evidente un deficit culturale anche negli operatori professionali che non sempre comprendono la reale portata del processo conciliativo e gli effetti che esso può sortire tra i soggetti in lite.

Alla luce di ciò il C.T.U. deve considerare l’esperimento conciliativo come parte sostanziale del proprio incarico a cui dedicarsi in modo professionale, con una formazione adeguata e non approssimativa. Infatti se da un lato non vi è dubbio che il C.T.U. opera in ragione dell’iscrizione all’albo dei consulenti tecnici del tribunale, dall’altra occorre osservare – come abbiamo già evidenziato – che i requisiti necessari per essere inseriti in detto elenco non sono tali da garantire la competenza nelle materie della conciliazione e di gestione del conflitto.

Sul punto mi si lasci osservare criticamente circa la considerazione che qualche osservatore ha svolto ritenendo che tra la comunità dei consulenti tecnici d’ufficio ossia gli esperti del giudice possano essere individuati i migliori conciliatori. Niente di più sbagliato! Non perché tra questi non vi siano persone preparate ed in qualche modo abituate a convivere nel conflitto (è questo, probabilmente che ha tratto in inganno gli incauti osservatori) ma perché il C.T.U. nasce, cresce e sviluppa la propria attività nella logica dell’ordine imposto: le parti si spogliano della responsabilità di decidere, delegando ad un terzo la soluzione della controversia, la quale si fonda sulla norma e non sugli interessi/desideri/bisogni delle parti ed a questa le parti non possono sottrarsi. Mi si consenta di osservare ulteriormente come lo stesso C.T.U. se da una parte è abituato a convivere nel conflitto non è detto che lo sappia in qualche modo gestire.  Si può coesistere ignorando o tutt’al più rapportandoci in modo limitato alle ostilità.

Quindi la sensibilità più che la formazione o meglio una formazione che si strutturi per far conseguire al discente la necessaria ed indispensabile sensibilità e corretta percezione verso la procedura, i soggetti in essa coinvolti e gli obiettivi che questi si prefiggono. Perseguire la sensibilità non significa infatti solo informare, istruire, formare ma anche permettere a ciascun di rapportarsi  nel modo adeguato alla materia, far crescere coloro che hanno fornito i risultati migliori, consentire loro di farlo nei tempi idonei e far diventare tale esperienza bagaglio comune della collettività professionale e non di riferimento di quei soggetti.

Per tali motivi è indispensabile affidare i detti incarichi a soggetti propriamente formati e qualificati e mettere in atto un approccio privo di approssimazione o peggio ancora superficialità. D’altra parte, pur non avendo una propria struttura rituale, il tentativo di conciliazione nel corso di una consulenza tecnica – come vedremo nei capitoli seguenti –  deve rispondere a requisiti di funzionalità, efficacia e trasparenza; ed è il C.T.U. ad essere garante di ciò.

In conclusione di questa analisi è quindi necessario comprendere da parte di ciascun consulente che l’attività a cui si è chiamati dalla pubblica giurisdizione richiede competenze e sensibilità  particolari  ottenute a mezzo di adeguati studi. Dette attività da un lato sono centrali per la decisione del magistrato e dall’altro possono offrire alle parti la possibilità di osservare al di là del conflitto per individuare una soluzione soddisfacente, rispettata e duratura che possa porre fine al lite. Per far questo occorrono consulenti preparati e consapevole dell’importanza del proprio ruolo al fine di garantire alle parti lo svolgimento di una consulenza corretta, conforme e compiuta.


[1] Non è saggio pagare troppo. Ma pagare troppo poco è peggio. Quando si paga troppo si perde un po’ di denaro, e basta.

Ma se si paga troppo poco si rischia di perdere tutto, perché la cosa comperata potrebbe non essere all’altezza delle proprie esigenze. La legge dell’equilibrio negli scambi non consente di pagare poco e di ricevere molto:è un assurdo. Se si tratta col più basso offerente, sarà prudente aggiungere qualcosa per il rischio che si corre ; ma se si fa questo si avrà abbastanza per acquistare qualcosa di meglio.

Paolo Frediani è stato chiamato a svolgere attività di docenza nell’ambito della formazione dei magistrati italiani presso la Scuola Superiore della Magistratura nella splendida cornice della sua sede di Castelpulci a Scandicci.

Le lezioni si sono svolte gli scorsi 12 settembre e 23 Ottobre nell’ambito del corso “Tutto quello che c’è da sapere sulle spese di lite” rivolto ai magistrati ordinari di primo grado e di appello di tutti gli uffici giudiziari;Paolo Frediani ha tenuto una lezione, con successivo confronto con i magistrati partecipanti, sul delicato tema  della “Liquidazione dei compensi degli ausiliari del giudice”.

Il prestigioso incarico segna il riconoscimento delle competenze e della qualificazione sulle materie raggiunte dallo studioso e l’attestazione della opera di cultura professionale che da più di vent’anni attraverso le attività di docenza e di pubblicista per i maggiori editori italiani e le collaborazioni con Enti pubblici e Consigli Nazionali il professionista svolge.  Tra le pubblicazioni una menzione particolare la merita il volume "Codice della Relazione Peritale nel Processo Civile di Cognizione", primo codice italiano in materia di relazione di CTU, operato di concerto tra CNF e CNGeGL di cui Frediani è stato ideatore nonché promotore e componente del comitato scientifico.

Paolo Frediani è iscritto all’albo docenti della Scuola dal 2015 ed è uno dei pochi professionisti estranei all'area giuridica che svolge tali funzioni ricoperte da docenti universitari, consiglieri del CSM e della Corte dei Conti, magistrati e avvocati.

APPLICAZIONI DELLE TARIFFE DEL CTU - Metodologia e casi di studio con applicazioni delle tariffe nei diversi incarichi di CTU, esperto e ausiliario giudiziario

Paolo Frediani ha progettato un nuovo corso di profilo avanzati dedicato a tutti i consulenti tecnici di ufficio: è un Corso di specializzazione per comprendere la normativa e le modalità applicative, attraverso pratiche esemplificazioni, nel combinato con la giurisprudenza delle diverse ipotesi d’incarico per definire e presentare la richiesta di compenso corretta ed adeguata al lavoro svolto. Nell’attuale scenario contraddistinto dalle sempre maggiori difficoltà e responsabilità del consulente tecnico di ufficio, ausiliario giudiziario e perito, appare fondamentale poter conseguire un riconoscimento economico adeguato all’impegno profuso ed al pregio del lavoro fornito.

Ma è ancor più essenziale non incorrere nella possibile decurtazione del compenso al magistrato.

Per questo, per gli ausiliari giudiziari, occorre non solo conoscere la normativa in materia di compensi ma anche ogni possibilità applicativa fornita dal combinato norma/giurisprudenza e le migliori modalità e metodologie applicative per redigere una istanza di liquidazione chiara e motivata.  Come operare nel caso di accertamenti lunghi e complessi, nel caso di assenza di valore della controversia ovvero valore esiguo rispetto alla complessità del mandato? Come calcolare il compenso quando via siano plurime attività o quando si giunga alla conciliazione della vertenza giudiziaria? Quali differenze applicative esistono tra le tabelle art.11 e art.12 del D.m. 30 Maggio 2002 o come regolarsi in materia di estimo quando la stima superi il massimo tabellare o quando vi siano stime di beni diversificati? Come ed in quali casi ricorrono i presupposti per richiedere l’aumento dell’onorario e come compensare l’attività dei propri esperti? Se è corretto applicare le tabelle a percentuale al valore determinato nella relazione peritale ed ancora come regolarsi nei casi d'incarichi nelle procedure di obblighi di fare, di esecuzioni immobiliari e di fallimenti

Il corso, prima attraverso un esame del quadro più aggiornato della giurisprudennza e poi con l'analisi ed il commento i 20 esempi completi di istanze di liquidazione offre puntuali risposte ed indica suggerimenti e qualche piccolo “segreto”  per proporre una richiesta di compensi rispondente alla norma ed ai pronunciamenti della giurisprudenza per conseguire il giusto riconoscimento economico.

Programma (indice sommario, quello dettagliato è inviabile all'ente organizzatore a richiesta):


  • Breve analisi della normativa di riferimento
  • Quadro della giurisprudenza più significativa in tema di compensi del consulente
  • Applicazioni delle tariffe con analisi e commento (22 casi completi)
  • Formulario con istanze particolari


Informazioni utili

I partecipanti al corso, oltrechè la completa raccolta delle slides in formato pdf, avranno la possibilità di scaricare gli esempi trattati nella lezione dal docente in versione editabile (word)

Inoltre a richiesta potranno avere con uno sconto del 30% sul prezzo di copertina il volume dell'autore "Le Tariffe e i compensi del C.T.U." - Maggioli editore, 2017.



La pubblicazione, con il consueto taglio chiaro e pratico di Paolo Frediani, affronta in modo completo ed organico il tema quanto mai delicato ed assai spesso terreno di scontro tra ausiliari e magistrati.

Non si può infatti non rilevare come le tariffe e gli incarichi di CTU sia un rapporto da sempre controverso. Per essere un buon CTU, essere qualificato nel settore tecnico-giudiziario, bisogna essere anche gran conoscitore della materia dei compensi.

Questa è l’idea che ha originato l’opera di Paolo Frediani: quella di fornire uno strumento utile al fine di avere un quadro completo, ragionato e aggiornato sulla materia dei compensi attraverso le modalità applicative suggerite, non solo dalla pratica esperienza acquisita in tanti anni di incarichi giudiziari, ma anche dal particolare e appassionato studio della materia affatto scontata o prevedibile.

Il libro consente, mediante una analisi strutturata per natura di incarico e tipologia di accertamenti richiesti, precisando il profilo consolidato tra norma e giurisprudenza, l’individuazione del migliore “percorso” per ottenere un compenso economico adeguato al lavoro profuso.

Ciò anche proponendo alcuni essenziali suggerimenti e interpretazioni tratte dalla esperienza, dal quadro normativo e giurisprudenziale, che tuttavia – è bene precisarlo – debbono confrontarsi con  le valutazioni del giudice e che quindi – da sole – non garantiscono la certezza dell’accoglimento della proposta del consulente.

L'intento è quello di far cogliere ad ogni consulente la consapevolezza della necessità di indagare la conoscenza della materia dei compensi e l’importanza di presentare una istanza di liquidazione completa e motivata.

In buona sostanza, la filosofia dell'opera è ben racchiusa nel pensiero in premessa che l'autore ha voluto manifestare: "il soddisfacimento economico del consulente passa attraverso la realizzazione di un rapporto equilibrato tra ausiliario e magistrato: il primo ha l’obbligo di studiare, definire e presentare una richiesta di liquidazione seria, motivata e credibile; il secondo quello di valutarla attentamente riconoscendo, quando ve ne sono le condizioni, utilizzando gli strumenti in suo possesso,  le legittime richieste del primo. Conseguendo così un equilibrio fondamentale e necessario basato sul rispetto per le reciproche funzioni."

VEDI DI PIU' SUL SITO DELL'EDITORE
http://www.maggiolieditore.it/tariffe-e-compensi-ctu.html#product_tabs_description_tabbed


Il consulente tecnico di ufficio svolge una funzione giurisdizionale importante per il giudice. Esso rappresenta “l’occhiale specialistico” del magistrato quando questi si trova a dover decidere su aspetti che esulano dalle proprie competenze e conoscenze.

Sempre più spesso – ancor di più nello stato attuale della giustizia nel nostro paese –  il risultato del lavoro dell’esperto (la cosiddetta relazione peritale), quando la questione controversia si risolve in aspetti esclusivamente tecnici – diventa la sostanza della decisione del magistrato.

Pertanto – e non appare eccessivo – si può dire che il consulente tecnico finisce per decidere, in quei casi, l’esito della controversia.

Questa condizione dovrebbe richiamare tutti i tecnici, che in vario modo sono impegnati in incarichi giurisdizionali, sul senso di responsabilità che assumono quando sono chiamati ad espletare queste funzioni. In tal senso non appare scontato suggerire che questi dovrebbero – come in una comune prestazione professionale richiesta da un cliente – astenersi nel caso che non fossero in grado ad adempiere o non potessero dedicare il giusto tempo al compimento dell’incarico.

L’esperienza quotidiana ci dice che talvolta non ciò non corrisponde alla realtà; difatti il tecnico, spesso è portato – erroneamente – , a ritenere che la propria competenza, spiegata dall’iscrizione ad un ordine o collegio professionale e gli anni di esperienza, possa di per sé essere sufficiente a garantire il pieno e  corretto assolvimento del mandato giurisdizionale.  In verità – e ciò assume ancor più un particolare rilievo alla luce della riforma del processo del 2006 – non appare scontato il fatto che un buon tecnico possa rappresentare necessariamente un buon consulente tecnico, poiché per svolgere efficacemente l’attività di ausiliario del giudice un tecnico deve possedere particolari conoscenze e qualità , in un certo senso anche  autonome, rispetto alle mere competenze scientifiche e professionali. Ed è quello che contraddistingue la figura del consulente tecnico di ufficio rispetto a quella di un professionista tecnico in senso lato. Non è detto, infatti, che una perizia ineccepibile da un punto di vista scientifico, possa essere una perizia valida.

D’altra parte il ruolo racchiude anche profili di responsabilità la cui portata riteniamo sia tale da scoraggiare colui che, in queste condizioni, ritenesse comunque di accettare e svolgere l’incarico.

Il consulente tecnico dovrebbe garantire al magistrato alcune conoscenze e qualità che potremmo semplicemente definire come “sapere” , tali dall’essere in grado di manifestare la capacità dell’esperto allo svolgimento dell’incarico e ad affrontare i variegati aspetti in esso contemplati.

In un esame dei diversi profili, questo sapere potrebbe tradursi nel sapere, nel  saper fare, nel saper essere.

Il sapere ed il saper fare.

Il sapere si traduce nel sapere tecnico e giuridico che il consulente deve mettere in campo.

Le conoscenza di ordine tecnico è propria di ogni professionista e, nei casi di specie, dovrebbe essere garantita per l’assolvimento delle particolarità insite nell’incarico.

Nel descrivere la figura di coloro che possono richiedere l’iscrizione all’albo dei consulenti tecnici, l’art.15 disp.att. c.p.c. recita “….Possono ottenere l’iscrizione nell’albo coloro che sono forniti di speciale competenza tecnica in una determinata materia,….” ; ciò significa che il soggetto deve possedere non già una competenza purchessia (come quella meramente spiegata dall’iscrizione ad un ordine o collegio professionale) ma una competenza tecnica “particolare” ovvero specifica in un determinato settore.

Ora ben sapendo che un consulente nella propria vita professionale non è competente, né può conoscere adeguatamente, di ogni ambito della propria sfera di attività, ne consegue che è da escludersi la possibilità che un giudice conferisca incarico ad un consulente che non risulti adeguatamente esperto nel settore oggetto della controversia, (ad es. incarico di analisi chimiche e fisiche di un terreno conferito ad un geometra) mentre è pacifico che quando l’ambito dell’accertamento ricada in un ambito più generale della specifica attività professionale di quella categoria, ciò assume carattere di normalità (ad es. accertamenti di conformità edilizio – urbanistici, verifiche catastali, computo metrico estimativo di lavori edili, calcolo danni conseguenti ad imperizia di lavori di ristrutturazione ad un edificio).

Occorre comunque  evidenziare che la necessità all’atto della domanda di iscrizione all’albo dei consulenti tecnici, di indicare le proprie specializzazioni, eventualmente supportate da titoli e qualifiche, non può considerarsi atto formale ma è condizione propria volta a garantire al magistrato la migliore valutazione al momento della scelta del consulente.

Ma se da una parte potremmo dire che il sapere tecnico è una componente ovvia per la figura del consulente tecnico, non altrettanto può dirsi per il sapere giuridico. Infatti la preparazione dei professionisti tecnici nella materia della procedura civile e processuale è carente per non dire  frequentemente assente. Eppure cosi come un progettista non si azzarderebbe a pensare, definire e presentare un progetto senza conoscere adeguatamente le norme tecniche, regolamentari ed urbanistiche della zona, lo stesso consulente non dovrebbe svolgere l’incarico senza conoscere approfonditamente e dettagliatamente le norme di procedura civile che regolano la propria attività e, più in generale quelle, ove, la propria opera trova esercizio.

Tale concetto – di una imbarazzante banalità – non  è poi così evidente a coloro che affrontano l’attività di consulente tecnico di ufficio, in particolar modo costoro che non la svolgono assiduamente, ritenendola, nei fatti, una parte diretta della loro professione e trascurando conseguentemente la portata che talune obbligazioni stabilite dall’ordinamento processuale  rappresentano per il corretto svolgimento dell’incarico e la validità del lavoro peritale.

Difatti il mancato rispetto del contraddittorio e del diritto alla difesa, ovvero assumere documentazione nel corso dei lavori peritali da una parte senza garantirne la conoscenza all’altra, o ricevere documentazione di cui sia vietata la produzione od ancora dare inizio o prosecuzione alla operazioni senza darne avviso alle parti, possono rappresentare circostanze e fatti idonei a spiegare la possibile nullità della consulenza tecnica di ufficio con le eventuali conseguenze sul piano delle responsabilità disciplinari, civili e penali.

Pertanto per il tecnico, per sua stessa natura non “tecnico del diritto”, si impone la conoscenza approfondita della norma che consente di poter svolgere nel migliore dei modi l’incarico, mettendosi al riparo da eventuali spiacevoli conseguenze. Il consulente deve conoscere approfonditamente quindi le norme che regolano la propria attività e specificatamente quelle relative alle disposizioni attuazione e transitorie regolanti l’iscrizione, la tenuta, la formazione dell’albo dei consulenti tecnici nonché quelle relative alle sanzioni e responsabilità a cui è soggetto (art.13 cpc e ss.), quelle relative alla propria attività e quella dei consulenti di parte (art.91 cpc e ss.), le disposizioni generali (art.61 cpc e ss.) ed ancora quelle concernenti il processo di cognizione (art.191 cpc e ss.).

Il saper essere.

Un ulteriore aspetto dello conoscenza del consulente – tutt’altro che scontato –  è rappresentato dal saper essere, ovvero dal quadro complessivo e particolare dei modelli comportamentali e relazionali  che l’ausiliario deve saper utilizzare nello svolgimento del compito.

Nella generalità, tra gli esperti giudiziari, si registra come modello più diffuso quello ispirato allo   stile autoritario; se vogliamo ciò è indotto anche  dalla visione “di ordine imposto” con il quale viene connotato, nella visione comune ed in un certo senso convenzionale, l’incarico giudiziario.

Tale modello se da un lato può rispondere ad esigenze di ritualità nello svolgimento delle fasi tipiche dell’incarico  dall’altra non risulta funzionale né efficace laddove in altre fasi del mandato la priorità debba essere indirizzata a privilegiare caratteri di relazionalità e confronto con i diversi soggetti coinvolti – su tutti le parti – come accade, ad esempio, nei tentativi di conciliazione.

Ed è in queste fasi che emergono con ogni evidenza i limiti del suddetto modello.

Con lo stile autoritario il consulente non detiene la forza che invece viene riconosciuta a chi adotta quello cooperativo che implica l’autorevolezza. Il primo si impone, il secondo viene riconosciuto.

Ed è questo uno dei limiti nella dinamica di azione che – allo stato attuale – non consente al consulente di connotare positivamente i propri esperimenti conciliativi e che spesso – in una visione parziale ed errata – porta a ritenere che la conciliazione non possa essere raggiunta in corso di causa. E invece l’esperienza indica che è proprio vero il contrario.

E’ essenziale comprendere per il consulente che solo attraverso il dialogo è possibile offrire un cambiamento di prospettiva della controversia alle parti. Proprio quel dialogo che manca in un conflitto che viene acuito dall’assenza della comunicazione tra le parti; queste, nel corso del procedimento giudiziario mantengono il dialogo, normalmente, solo attraverso i propri legali che mediano ogni scambio comunicazionale, per iscritto, a mezzo di lettere, atti ed istanze. Le parti, raramente sono chiamate a doversi confrontare direttamente sui temi specifici formanti la controversia e, se obbligati, tendono a frapporre filtri di varia natura.

L’abituarsi nuovamente al dialogo per le parti è un po’ come per una persona che a seguito di un trauma, ricomincia una lenta e dolorosa fase di riabilitazione per riprendere pienamente le proprie funzioni deambulative; le prime azioni saranno limitate e circospette per poi, man mano che si riappropria della giusta confidenza e naturalezza, lasciare spazio ad una iniziativa accompagnata da maggiore forza e convinzione. Sono proprio le difficoltà di ordine comunicativo a rappresentare il vero scoglio in questi contesti e la cui gestione è tale da richiedere al consulente  una preparazione specifica ed adeguata.

Fin quando i consulenti – ed i magistrati – non comprenderanno che la conciliazione è una vera e propria attività professionale che richiede preparazione ed una formazione specifica – i risultati, se non demandati alla buona volontà del singolo, non potranno mutare sostanzialmente.

Ma la dinamica per così dire cooperativa non premia solo le attività della sfera conciliativa nell’incarico del consulente.

Infatti se da un lato al consulente si richiede di fornire una esauriente e motivata risposta alle questioni poste dal giudice istruttore nel quesito e di quelle, a cui lo stesso attinge nell’ambito degli atti legali delle parti, per far ciò, dall’altro, egli deve – per la concretizzazione del rispetto del principio del contraddittorio e diritto alla difesa delle parti –  dare attuazione ad un reale e concreto confronto con  soggetti coinvolti nel procedimento.

Coloro sono i consulenti tecnici di parte ed alcune volte i legali stessi; l’azione del consulente deve essere indirizzata al consentire ogni espressione dei loro giudizi, delle motivate e ragionate osservazioni in merito alle questioni facenti parte degli accertamenti.

Ciò assumendo le osservazioni dei tecnici di parte a mezzo di memorie a cui il consulente stesso deve fornire motivata risposta nelle proprie deduzioni in risposta ai quesiti con il duplice scopo di concretizzare il rispetto del contraddittorio permettendo ai soggetti in causa di avanzare ogni utile osservazione al l’esperto nel momento in cui questi forma il proprio convincimento e, dall’altra, di contenere i tempi del giudizio prevenendo l’eventuale chiamata a chiarimenti o la richiesta di supplemento di consulenza tecnica.

La detta condizione presuppone la capacità da parte del C.T.U. di accettare il confronto in modo proattivo, anche mettendosi in discussione, accettando critiche al proprio operato, nella responsabile consapevolezza che la propria relazione andrà a costituire la base e la sostanza della decisione del giudice. Solo in questo modo l’incarico potrà rispondere pienamente alle esigenze giurisdizionali indirizzate al soddisfacimento di avere una giustizia più rapida e concreta.







Capita spesso che all’esito di un lungo, impegnativo e complesso lavoro peritale il CTU si veda frustrare le proprie richieste di compenso da una pesante decurtazione da parte del giudice.

Perchè?

Per quali motivi questo accade?

Od ancora in molti casi: Che cosa ho sbagliato?

E soprattutto la domanda che molti consulenti si pongono (quando pensano di non avere responsabilità: perché il giudice mi ha (ingiustamente) penalizzato?

Vi possono essere alcune ragioni che in estrema sintesi proverò a riassumere ed analizzare (senza tuttavia aver la presunzione di trovarne una soluzione).

La prima, senz’altro frequente, (ed in qualche modo connessa alla seconda) è ascrivibile al consulente è riguarda il fatto che lo stesso ausiliario dedica molto tempo e cura all'espletamento della consulenza ed assai poco alla redazione del documento con il quale richiede il proprio compenso. Ciò perché troppo spesso non conosce adeguatamente la materia dei compensi e trova quindi più “comodo” rimettersi nella formulazione della richiesta - con una sorta di "rassegnazione profetica" - alla "clemenza" del magistrato.

La seconda, altrettanto indubbia, è la evidente inattualità ed inadeguatezza del quadro della normativa dei compensi finanche a sfiorare il ridicolo e la violazione della dignità professionale. Basta svolgere anche poche consulenze perché emerga in tutta evidenza la distonia tra l’impegno, la preparazione e la responsabilità richieste da questi incarichi e le tariffe che ne regolano il compenso. Invero, se da una parte lo svolgere funzioni di ausiliario del giudice è da sempre condizione di prestigio per il professionista, dall’altra, coloro che lo fanno abitualmente «nell’interesse supremo della giustizia» soffrono la condizione di inadeguatezza delle tariffe sul piano dei compensi ed il difficile confronto con un quadro tariffario poco coerente con l’impegno e le responsabilità richieste.

La terza, è connessa alla diretta responsabilità del magistrato e che (diciamo la verità) solo in  parte può ricondursi al fatto che il giudice si trova a operare nelle maglie strette di una normativa totalmente (come detto) inattuale ed inadeguata, con la “spada di Damocle”  dell’eventuale responsabilità per «danni all’erario» sancita dall'art.172 del d.P.R. N°115/2002 , in ordine alle somme liquidate.

Ora, posto che non vi è consulente tecnico di ufficio che non sappia quanto l’aspetto dei compensi rappresenti da sempre, il reale problema delle prestazioni svolte per conto dell’autorità giudiziaria, le prime due possono essere in qualche modo superate da una puntuale conoscenza ed una particolare specializzazione nella materia dei compensi da parte dei consulenti.

Discorso invece diverso deve farsi per la terza ragione legata esclusivamente alla condotta che decide di assumere il giudice e sul quale il CTU – pur capace, competente e preparato, può ben poco. Ed è qui uno dei nodi centrali della questione.

Il magistrato infatti – nonostante tutto –  ha in suo possesso gli strumenti per apprezzare (e liquidare) la consulenza nel modo più congruo ed in linea all’effettivo valore della prestazione resa dal suo ausiliario; egli infatti può riconoscere non solo l’aumento degli onorari ovvero applicare un abbinamento dei criteri di calcolo che adeguino il compenso all’effettiva opera svolta, ma anche offrire una lettura estensiva e positiva di taluni principi statuiti dalla Cassazione (la cumulabilità del compenso, rapportare il valore di calcolo su quello indicato dal CTU od ancora applicare le vacazioni in luogo delle tabelle quando il conteggio con queste risulti del tutto iniquo rispetto all’opera del CTU, per citarne solo alcuni come esempio).

Vi sono alcuni esempi virtuosi che negli ultimi tempi si stanno affermando, in particolare sul tema delle consulenze per le esecuzioni immobiliari (Tribunale di Vicenza e di Varese su tutti).

D’altra parte il ruolo di consulente tecnico di ufficio, di esperto e di ausiliario richiede, ogni giorno di più, una particolare specializzazione, che porta spesso i giudici a scegliere, per gli incarichi più delicati e complessi, coloro che offrono garanzia di affidabilità e competenza. Ma vi è di più. Al CTU ormai sono richieste conoscenze multidisciplinari cosicché per formarsi egli è costretto (e lo fa con passione) a svolgere lunghe sessioni formative nelle diverse materie in modo da poter offrire alla giustizia l’adeguata  professionalità e la «particolare specializzazione». E per questo è lecito, corretto e legittimo che questi soggetti si attendano una remunerazione adeguata ed in linea al valore della prestazione svolta. Solo una persona irragionevole potrebbe pensare il contrario!

L’attività del magistrato nella liquidazione del compenso al proprio ausiliario dovrebbe quindi esulare dall’applicazione tout court della norma non potendo essere estraneo al ragionamento il fatto che il riconoscimento del valore dell’opera dell’ esperto non possa racchiudersi esclusivamente in una mera corrispondenza di tabella o di tempo e che la professionalità e competenza deve trovare riconoscimento e giustizia economica soprattutto in un momento storico dove il “mestiere” del CTU è svolto da tanti avventizi e soggetti assi poco qualificati. Purtroppo non possiamo non rilevare come taluni magistrati siano guidati nell’idea che la consulenza sia di fatto “un servizio alla comunità” e che quindi non possa rappresentare una fonte di lucro (legittimo e giusto) per il professionista.

Come si può pensare di compensare l’attività di questi professionisti con 4,07 euro all’ora o dopo 8 mesi di lavoro peritale lunghi e complessi di fronte ad una richiesta modesta del consulente (1.600 euro) liquidare 600 euro pure con la decurtazione delle spese di viaggio!!

Per fortuna non tutti sono guidati da questo pensiero…

Viceversa altrimenti potremmo considerare una idea: instaurare un albo dei consulenti che svolgano gratuitamente quella funzione per due/tre incarichi all’anno. Una sorta di albo di ctu volontari (sulla scorta di quello di volontari civici istituito presso molti comuni) dove svolgere, al pari di chi presta servizio nelle associazioni di volontariato, una funzione a beneficio della comunità e con il riconoscimento di crediti professionali in modo da incentivarne l’iscrizione. Però allora – in linea a questo – dovremmo considerare di eliminare il contributo unificato e tutti gli oneri fiscali ed economici connessi al procedimento; la prestazione dell’avvocato dovrebbe essere equiparata al gratuito patrocinio e lo stesso magistrato dovrebbe, per taluni giudizi, essere remunerato nel rispetto di questi indirizzi di economicità (magari a vacazione oraria).

Una provocazione, certo!

Non troppo diversa però rispetto a quella di certe liquidazioni che noi consulenti talvolta siamo costretti a sopportare (ed a subire) dopo aver svolto il mandato con tutta la nostra passione, competenza e professionalità!


E' appena uscita la nuova opera di Paolo Frediani.

L'autore ha firmato, su un tema a lui molto caro e di cui aveva già pubblicato manuali in precedenze iniziative editoriali, la prima importante collaborazione con Maggioli Editore, casa editrice di primissimo piano nel settore tecnico-fiscale del panorama nazionale.

La pubblicazione, con il consueto taglio chiaro e pratico di Paolo Frediani, affronta in modo completo ed organico il tema quanto mai delicato ed assai spesso terreno di scontro tra ausiliari e magistrati. 

Non si può infatti non rilevare come le tariffe e gli incarichi di CTU sia un rapporto da sempre controverso. Per essere un buon CTU, essere qualificato nel settore tecnico-giudiziario, bisogna essere anche gran conoscitore della materia dei compensi.

Questa è l’idea che ha originato l’opera di Paolo Frediani: quella di fornire uno strumento utile al fine di avere un quadro completo, ragionato e aggiornato sulla materia dei compensi attraverso le modalità applicative suggerite, non solo dalla pratica esperienza acquisita in tanti anni di incarichi giudiziari, ma anche dal particolare e appassionato studio della materia affatto scontata o prevedibile.

Il libro consente, mediante una analisi strutturata per natura di incarico e tipologia di accertamenti richiesti, precisando il profilo consolidato tra norma e giurisprudenza, l’individuazione del migliore “percorso” per ottenere un compenso economico adeguato al lavoro profuso.

Ciò anche proponendo alcuni essenziali suggerimenti e interpretazioni tratte dalla esperienza, dal quadro normativo e giurisprudenziale, che tuttavia – è bene precisarlo – debbono confrontarsi con  le valutazioni del giudice e che quindi – da sole – non garantiscono la certezza dell’accoglimento della proposta del consulente.

L'intento è quello di far cogliere ad ogni consulente la consapevolezza della necessità di indagare la conoscenza della materia dei compensi e l’importanza di presentare una istanza di liquidazione completa e motivata.

In buona sostanza, la filosofia dell'opera è ben racchiusa nel pensiero in premessa che l'autore ha voluto manifestare: "il soddisfacimento economico del consulente passa attraverso la realizzazione di un rapporto equilibrato tra ausiliario e magistrato: il primo ha l’obbligo di studiare, definire e presentare una richiesta di liquidazione seria, motivata e credibile; il secondo quello di valutarla attentamente riconoscendo, quando ve ne sono le condizioni, utilizzando gli strumenti in suo possesso,  le legittime richieste del primo. Conseguendo così un equilibrio fondamentale e necessario basato sul rispetto per le reciproche funzioni."

VEDI DI PIU' SUL SITO DELL'EDITORE
http://www.maggiolieditore.it/tariffe-e-compensi-ctu.html#product_tabs_description_tabbed 

News

Questo sito utilizza cookie. Continuando a consultare questo sito web acconsenti all'utilizzo dei nostri cookie.